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Autore: Biagio Reina

Data di pubblicazione: 21 febbraio 2025

PIANIFICAZIONE PREVIDENZIALE: RISCHI ED OPPORTUNITÀ PER UN FUTURO SERENO

Quando si parla di pensione e di Welfare pubblico le incertezze e le preoccupazioni possono essere molte. La pianificazione previdenziale è uno strumento fondamentale che permette di creare un programma di accumulo delle risorse finanziarie, selezionando gli strumenti più adatti, per mantenere il tenore di vita desiderato durante la pensione, che grazie all’aumento dell’aspettativa di vita, oggi è sempre più lunga. Ogni persona ha una storia lavorativa, familiare e retributiva unica, per questo è fondamentale considerare ogni aspetto specifico, per delineare le direzioni possibili. Il ciclo di vita della pianificazione previdenziale, che è un tassello centrale nella pianificazione finanziaria, si divide in due fasi distinte:


-      La fase di accumulazione delle risorse finanziarie durante la vita attiva è cruciale per garantire un futuro sereno. In questa fase, è importante destinare risorse oggi per un obiettivo lontano e incerto, monitorando costantemente i progressi e adattandosi a eventuali cambiamenti nella vita familiare e lavorativa.

-      La fruizione del risparmio accumulato, fase durante la quale non termina la pianificazione. Durante l’utilizzo del risparmio accumulato, è cruciale scegliere le soluzioni più adatte.


La Pianificazione Patrimoniale è fondamentale per raggiungere gli obiettivi a lungo termine, comprendendo ogni aspetto degli strumenti utilizzati. È essenziale che si sia consapevoli del GAP pensionistico, ossia della differenza tra l'ultimo reddito e la pensione. L’errore più comune è la sottovalutazione di questa differenza, considerando la cosa un problema da affrontare in futuro. La differenza tra l’ultimo reddito pre-pensione e il primo accredito pensionistico INPS, dà infatti la misura di quanto ogni persona dovrà abbassare il proprio tenore di vita nel momento della pensione. Non averne piena chiarezza espone al rischio che la strategia previdenziale sia sviluppata su presupposti non sufficientemente precisi. L'aumento dell'aspettativa di vita richiede, infatti, maggiori risorse finanziarie, da valorizzare anche dopo il periodo lavorativo e l’attivazione della pensione.

Negli ultimi lustri, si sono susseguite riforme, rivolte alla sostenibilità del sistema pensionistico pubblico, sempre più appesantito da un incremento dei pensionati, via via crescente rispetto ai lavoratori attivi. In sostanza, si sono rivisti i criteri di calcolo della pensione e i requisiti per potervi accedere. Il passaggio da un sistema retributivo ad uno di tipo contributivo, ha segnato una drastica riduzione delle pensioni, prima calcolate come percentuale degli ultimi redditi, oggi proporzionate ai versamenti di contributi effettivamente attuati. Se in passato la “generosità” e la garanzia del sistema pubblico assicuravano agli italiani tassi di sostituzione elevati e certezze, che permettevano di guardare con fiducia alla fase di pensionamento, tutte queste certezze non sembrano più proponibili in futuro. Per tasso di sostituzione si intende il rapporto percentuale, calcolato al netto o al lordo della tassazione, fra la prima annualità completa della pensione e l’ultimo reddito annuo completo immediatamente precedente il pensionamento. Per il mantenimento del tenore di vita desiderato, quanto più è alto il tasso di sostituzione, tanto più alte saranno le necessità e quindi il fabbisogno di reddito. 

Una copertura ottimale del fabbisogno previdenziale richiede sicuramente non solo un impegno economico di medio e lungo termine, ma anche un coinvolgimento emotivo del diretto interessato e della sua famiglia. Le scelte di risparmio su orizzonti temporali molto lunghi determinano comportamenti economici non proprio ispirati alla razionalità economica. Diverse ricerche hanno dimostrato che uno dei principali ostacoli nelle scelte di quanto risparmiare è dato non dalla mancanza di consapevolezza, ma piuttosto di determinazione. Gli individui, anche nel caso in cui sappiano quale dovrebbe essere il tasso di risparmio corretto, mancano spesso della volontà necessaria per rinviare i consumi presenti in favore di quelli futuri, mettendo in atto la “preferenza per il presente”. La capacità di rinunciare a consumi presenti, per avere più risorse in futuro è una caratteristica che, secondo gli psicologi, tende a svilupparsi maggiormente nell’età adulta. I bambini che sanno rinunciare ad una gratifica immediata (per esempio un dolcetto immediatamente) dietro la promessa di una maggiore nel futuro (due dolcetti più in là nel tempo) hanno dimostrato a distanza di anni di essere bambini più maturi. La differenza tra consumo presente e quello posticipato nel futuro viene “scontata” dall’individuo attraverso un tasso di interesse che rappresenta la sua scelta tra “l’immediato” e il “poi”. Nella scelta di consumare oggi o farlo domani si mette in relazione un piacere immediato con una ricompensa proiettata in un futuro più o meno lontano, che si percepisce con maggiore difficoltà. In altre parole, si sopravvaluta una gratificazione presente, a spese di risultati ottenibili nel lungo periodo.  Questo è un elemento centrale in ambito previdenziale. In una strategia previdenziale sussistono diversi rischi sia di tipo patrimoniale, sia di tipo comportamentale, che inducono gli individui a scelte e a comportamenti, non in linea con quello che sarebbe la scelta più vantaggiosa. Alla base di una pianificazione previdenziale esistono tre grandi aree di rischio: 

1.    rischio cambiamento normativo: il timore giustificato di un continuo cambiamento normativo, oltre a destabilizzare i risparmiatori tende ad alimentare quella percezione/alibi che sia il fatalismo a determinare le proprie sorti future e che fa stare meglio nel godere oggi di quello che c’è piuttosto che sacrificarlo a un momento lontano nel tempo; 

2. rischio disinformazione o rischio eccesso di informazioni: paradossalmente in entrambi icasi pur così antipodi, l’effetto è che l’individuo decide di non decidere; 

3. rischio sottovalutazione del fabbisogno previdenziale: la scarsa o poco chiara conoscenzaporta gli individui a sottostimare il proprio gap pensionistico. Date queste tre grandi aree di rischio, esistono poi rischi specifici, legati alla fase di accumulo e altri legati a quella di de-cumulo o di pensionamento. 


Rischi nella fase di accumulo

1. Rischio accantonamento tardivo: l’adesione alle forme di accantonamento avviene generalmentein ritardo rispetto a quello che suggeriscono la teoria e il buon senso finanziario.Le adesioni avvengono solitamente dopo i 45 anni; prima (sotto i 35 anni) la tendenza a procrastinare è forte e molto generalizzata; 

2. Rischio longevità: scarsa consapevolezza dell’importanza di assicurarsi contro il rischio longevità, cioè di sopravvivere al proprio reddito disponibile. Rischio inversamente proporzionale alla cultura finanziaria, nel senso che chi ha maggiore cultura finanziaria comprende meglio il rischio di vivere troppo a lungo;

3. Rischio accantonamento insufficiente: la sottostima della lunghezza della propria vita, del proprio fabbisogno previdenziale e la tendenza a non accantonare abbastanza. In molti casi si tratta di scarse conoscenze finanziarie.


Da un punto di vista pratico, la percezione mentale generale è che un euro (o una certa cifra) risparmiato oggi cresca di valore velocemente nel breve termine, ma molto lentamente dopo un certo periodo. Se ai soggetti di un esperimento vengono offerti 5 euro oggi o 6 euro domani, la maggioranza sceglierà i 5 euro subito, ma all’offerta di 5 euro tra 100 giorni o 6 tra 101, la maggioranza sceglierà i 6 euro tra 101 giorni. Questa tendenza, colta dal processo chiamato di sconto iperbolico, rafforza una distorsione delle preferenze in cui l’utilità immediata pesa più di quella futura. Ecco perché molte persone approcciano le logiche di pianificazione in una fase matura della propria vita, tra i 40 e i 50 anni di età.

4. Rischio accantonamento attraverso strumenti inadeguati: sempre scontando la generale disinformazioni, gli individui, anche quando decidono di occuparsi di un investimento previdenziale, corrono il rischio di scegliere un prodotto non ideale.

a. Investimento su troppi strumenti;

b. Scarsa conoscenza della relazione tra strumento e tempo di investimento, in questi casi l’errore sta nella scelta di prodotti che non danno il loro meglio sul lungo periodo o che sono erroneamente abbinati. Spesso di manifesta la preferenza per i prodotti “più sicuri” che sarebbe una buona scelta sul breve, ma non su un orizzonte più lungo, perdendo di vista i vantaggi di quelle soluzioni che offrono rendimenti ben più soddisfacenti in tempi di investimento più lunghi.

c. Inerzia che porta a non esercitare quel compito di monitoraggio necessario nel tempo e quindi a lasciare invariati le porzioni impiegate nei diversi mercati.

d. Sopravvalutazione del vantaggio fiscale rispetto all’obiettivo principale;

e. Scarsa conoscenza effetto inflattivo sul lungo periodo, che porta a scegliere prodotti di puro accantonamento finanziario senza prendere in esame la variabile inflazionista su lungo periodo, rispetto a soluzioni che prevedono una rendita rivalutata;

f. Rischio comportamentale: gli individui sono spesso vittime della loro stessa emotività che li porta a prendere decisioni di accantonamenti o investimenti previdenziali e smentirli o vanificarli in un dato momento, quando un evento interno o esterno alla famiglia (nascita di un nipote, avviamento dell’attività di un figlio ma anche improvvisa flessione dei mercati finanziari), li destabilizza.


Ancora una volta, una sfida da affrontare con metodo, rivolgendosi alle competenze giuste. 


Rischi patrimoniali della fase di pensionamento

Se a una prima lettura può sembrare che i rischi di un’inadeguata pianificazione previdenziale siano tutti concentrati nella fase attiva della vita, esistono però rischi legati alla fase in cui già si sta fruendo degli accantonamenti fatti nella fase attiva della vita. A parte il rischio più ovvio, cioè quello in cui si materializzino i rischi che abbiamo elencato come rischi tipici della fase di accumulo, possiamo considerare che il rischio più classico della fase di quiescenza sia il rischio implicito nella scelta tra rendita e capitale. L’ultima scelta previdenziale che un individuo può fare è cosa fare del suo capitale accumulato: riscattare il capitale, cioè il risparmio accumulato, o trasformarlo in una rendita vitalizia (reversibile o non reversibile) o una rendita certa per un tempo determinato di anni. La tendenza generale è non trasformare il capitale in rendita e questo è probabilmente frutto di un desiderio di lasciarlo agli eredi, il che ha portato le generazioni passate a lasciare forse più del dovuto. Sebbene in alcuni casi possa essere razionale non trasformare interamente in rendita il risparmio cumulato, esistono una serie di distorsioni cognitive ed emozionali che portano a prendere questa decisione:


- Inerzia, incapacità di prendere una decisione rispetto a una rendita perché irreversibile;

- Scarsa cultura finanziaria che rende molto difficile stimare il valore di una rendita nel tempo egli effetti inflazionistici sul capitale;

- Illusione del controllo, paura di vedere letteralmente più il denaro sul conto e quindi perderne il controllo;

- Eccesso di fiducia in se stessi o overconfidence bias, illusione di poter controllare i consumi e ridurre le spese senza comprendere che, in fase di terza età, le spese di per sé tendono ad aumentare (per esempio per via di maggiori spese mediche e di assistenza); 


Per affrontare le complessità è indispensabile una partecipazione attiva del diretto interessato, contestualizzando la sua posizione, rispetto le soluzioni più indicate, con l’obiettivo primario di costruire una migliore consapevolezza di ciò che si deve fare per un futuro pensionistico tranquillo. 

Possono avere una rilevanza cruciale a tale riguardo alcune valutazioni personalizzate: 

• una corretta stima delle prestazioni pensionistiche della cassa o del fondo previdenziale di categoria;

• una valutazione della situazione personale in termini di previdenza pubblica, di possibili contribuzioni volontarie o contributi da riscatto;

• una corretta stima dei fattori sociali ed economici che potrebbero influire sulla stima oggettiva di cui sopra;

• apporto fornito da eventuali soluzioni già attive;

• pianificazione di eventuali prelievi da investimenti finalizzati alla pensione, in rapporto al capitale e all’arco temporale (piano di de-cumulo finanziario);

• valutazione di eventuali altre categorie di introiti. L’analisi del fabbisogno previdenziale deve prendere in esame le due grandi categorie dei bisogni e dei desideri, con l’intenzione di rispondere ai primi con soluzioni vitalizie e ai secondi con forme di investimento.


Ai bisogni corrispondono soluzioni di previdenza complementare che, grazie alla legge dei grandi numeri, assumono su di sé il rischio longevità offrendo certezza di prestazione. La componente di investimento per la soddisfazione dei desideri deve ricercare la soluzione più adeguata, in termini di rapporto tempo, rischio oggettivo, rendimento atteso e tolleranza soggettiva al rischio. 


Una pianificazione previdenziale attenta, calata nella pianificazione patrimoniale globale, è l’evidenza più sostanziale del valore aggiunto di un consulente di fiducia che si esprime attraverso la capacità di rendere rilevante un tema legato alla protezione, per portare a compimento il proprio piano di vita, tenendo sotto controllo almeno quella parte di rischi che ci è dato controllare.    

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